14° Festival popolare della fotografia
OLBIA, 29 Novembre - 14 Dicembre 2025

Ugo Panella
Maqabir, la città dei morti
Se trent’anni fa, quando sono state scattate le foto di questa mostra, il nome del quartiere del Cairo chiamato “Maqabir” (letteralmente: Le tombe), veniva sussurrato con timore, perché considerato pericoloso e malfamato, oggi è sulla bocca di tutti, nei commenti della gente comune che assiste impotente allo scempio che il governo, con la distruzione di monumenti storici atta a far posto a superstrade e ponti in nome del “miglioramento delle infrastrutture”, sta facendo di un tessuto urbano rimasto intatto per secoli.
Città nella città – non a torto da noi è conosciuta come “la città dei morti” – questa zona sorta ai limiti del deserto, e ormai totalmente inglobata nella metropoli, si presenta con caratteristiche uniche al mondo. Un’impressionante successione di mausolei, lapidi, blocchi di pietra calcarea sormontati da cupole tutte diverse per l’infinità varietà di decorazioni: centinaia di edifici ben allineati su ampie strade, pensati per soggiorni ben più lunghi dello spazio di una vita. Le tombe, costruite da famiglie ricche come magnifiche dimore dove trascorrere le feste in onore dei defunti,
risalgono ai tempi di Fatimidi, Mamelucchi, Ottomani, e costituiscono uno dei patrimoni architettonici più preziosi del Cairo, un autentico, vastissimo – oltre mille km2 – museo all’aperto, dal 1979 inserito nel patrimonio mondiale dell’Unesco. Uno spazio nel quale vivono oltre un milione di persone. L’occupazione del territorio è avvenuta a ondate successive, dovuta alla carenza o al degrado di alloggi in altre parti del Cairo, o in massa, a seguito del gigantesco esodo dal canale di Suez dopo la guerra dei sei giorni, nel 1967, e più tardi del disastroso terremoto del 1992. Gli sfollati sono stati gradualmente accettati dai proprietari, che hanno cominciato a pagare loro uno stipendio per la manutenzione del posto. E l’atmosfera ricorda finora quella di un villaggio, dove la solidarietà è tangibile, l’ospitalità sacra, e persino la miseria sembra nobilitata dalla bellezza che la circonda. Gli uomini spesso lavorano al Cairo, vanno via all’alba e tornano la sera. Ma tutti quelli che restano servono a qualcosa: gli anziani a custodire le rovine, le donne a occuparsi delle dimore e dei rigogliosi giardini interni, i ragazzi a tirare carrette piene di oggetti, frutto di commerci più o meno clandestini, destinati a mercati dove ancora si possono trovare brocche di rame o lampadari di cristallo. Tra le tombe si parla, si ride e ci si muove senza traccia dell’imbarazzo – o dell’orrore – che l’occidente ha verso la morte. Le lapidi diventano così sostituti del mobilio quotidiano e vengono usate per stendere il bucato, ripararsi dal sole, o come tavoli per giocare a carte o prendere il tè all’aperto. Un quadro per certi versi idilliaco, ma come sempre c’è un rovescio della medaglia: il progressivo smembramento del territorio costringe intere famiglie ad abbandonarlo e favorisce una speculazione edilizia selvaggia, mentre l’economia locale, improntata all’arte di arrangiarsi, è sconvolta dall’imposizione di tasse sempre più gravose non giustificate da un’adeguata fornitura di servizi. Ancora più delicata è la questione, di carattere etico-giuridico, della profanazione delle tombe, una pratica che risale ai tempi dei faraoni e mai sospesa, per appropriarsi dei tesori sepolti o dei materiali di costruzione, e che assume oggi una connotazione umanistica: se da una parte si continuano a perdere monumenti storici di personaggi illustri, poeti, nobili, condottieri, dall’altra si riesumano e disperdono senza scrupoli i resti di contemporanei, fra lo sgomento e la disperazione dei familiari.
Luoghi complessi quindi, che meritano senz’altro una vista, meglio se guidata da un Virgilio locale in grado di raccontare storie, far luce sugli aspetti più nascosti delle vite di antichi e moderni, dar voce ad una tradizione – la convivenza dei vivi con i morti – che, sebbene reale, ha tutte le caratteristiche di una leggenda.
Stefania Angarano
Location
Museo Archeologico
Periodo di apertura
7 – 15 novembre 2026
Orari
martedì – venerdì 16:30 / 19:30
sabato e domenica 10:00-13:00 / 16:00-19:00
lunedì chiuso










